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Ipotesi sulla tragedia di Don Lorenzo Perosi

di Alessandro di Adamo

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Il celebre musicista fu colto da improvvisa crisi religiosa, tantoché chiese di passare dalla fede cattolica a quella protestante, salvo poi tornare all’antico battesimo in occasione dell’incoronazione di papa Pio XI, avvenuta il 12 febbraio 1922, quando fu rimesso a capo della Cappella Sistina.

Un cronista dell’epoca, Matteo Incagliati, notò: «lo sguardo, quasi smarrito, volto più nel vuoto che fiso verso un’aspirazione celeste», presago di «un triste e pauroso destino», testimonianza di «una cupa, oscura tragedia spirituale, di cui sarebbe stato turbata e sconvolta l’anima dell’artiste illustre».

Don Lorenzo decise improvvisamente di ritirarsi dal mondo, ripudiando il cattolicesimo a favore della Chiesa valdese e, nel contempo, gettando al rogo tutta la musica composta. Perché? L’Incagliati provò a fornire una risposta plausibile.

«Sin da quando fu pubblicata la partitura del Pelléas et Mélisande, il Perosi cominciò a dubitare delle sue facoltà creatrici, del suo ingegno, e a ritenere la propria musica rispetto a quella di Debussy, di cui notava la sottile elaborazione e talune ardite concezioni, troppo semplice, troppo ingenua. Ascoltando i poemi sinfonici di Richard Strauss, avvalorò ancora di più questo suo convincimento. E pensò, dunque, che le sue facoltà intellettuale si dovessero piegare, indurre ad un’opera di revisione, correggendo, modificando, alterando le partiture dei suoi Oratori. E giù cancellature e sovrapposizioni di note a note – e didascalie per giustificare la nuova… edizione», di cui avrebbe proibito poi l’esecuzione.

Secondo l’Incagliati, la malattia, di cui avrebbe sofferto per molti anni il Perosi, fu causata dalla consapevolezza di ritenersi (ma non di essere) non in linea coi maggiori musicisti della sua epoca.

Nel 1908, il Perosi attese alla composizione di un’opera, Giulietta e Romeo, sul vecchio libretto del Felice Romani e giunto alla scena della morte della protagonista, invitò il critico del Corriere d’Italia, Adriano Belli, ad ascoltare la sua versione, che fu ritenuta addirittura «superiore e più pervasa da senso umano» di quella del Bellini.

Appena gli organi di stampa pubblicarono la notizia, il Perosi desistette dal proposito, distruggendo l’ideato «di un operista mancato», che avrebbe potuto trovare la note giuste, per incarnare i sentimenti umani, nella rappresentazione scenica, perché non corretta dalle regole ferree della musica liturgica. Egli trionfò nell’arte sacra, con un linguaggio, che non somigliava affatto a quello del Palestrina, contrapponendosi, in qualche modo, alla tradizione, ma ascoltando i desiderata del popolo cristiano, in cui lo spirito della fede era mutato.

Scrisse Romain Rolland:

«Le opere di Perosi sono tali da porre l’autore in prima fila. Le qualità hanno in esse così vero carattere, e soprattutto l’anima vi si mostra con tanta trasparenza, e una sincerità così toccante vi si respira, che il coraggio mi manca per accennare alle deboli lacune. Il suo stile è fatto di tutti gli stili, dal canto gregoriano, alle modulazioni moderne. E’ una caratteristica italiana».

L’ultimo grande genio della tradizione compositiva cattolica.

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2 Commenti

  1. Al sospetto di scrivere una musica ingenua che provò il Nostro, secondome hanno contribuito anche le dichiarazioni in tal senso dei soliti “critici” da strapazzo. La Musica di Perosi, per certi aspetti anche simile a quella di Mascagni, è SUBLIME e perfora in tutte le sensibilità. Prediligo l’Oratorio “LA RESURREZIONE DI CRISTO”.

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